La conversione di Pietro e quella di Paolo. Ritiro di Pentecoste 2024

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La conversione di Pietro e quella di Paolo. Ritiro di Pentecoste 2024

Venerdì 03 e sabato 04 maggio si è svolto in seminario il consueto ritiro di Pentecoste, ultimo dei tre ritiri previsti annualmente durante l’anno formativo. Hanno spezzato per noi la Parola i coniugi Verbena e Giuseppe Poda, coppia che per 12 anni ha vissuto l’esperienza di direzione e accompagnamento spirituale con i gesuiti a Bologna. In modo particolare a Peppe il compito di offrire gli spunti per la meditazione nei due giorni di ritiro.

Il primo giorno, venerdì, la figura centrale della meditazione è stata quella di Paolo. Metodicamente, Peppe, ha scelto per entrambe le meditazioni, prima di offrire i punti utili alla preghiera, di dare un ritratto complessivo della figura scelta così da contestualizzarla poi rispetto ai brani proposti. Per San Paolo, quindi, una prima introduzione sulla sua figura: Paolo, l’uomo del rigore, l’uomo deciso e a tratti, “fondamentalista”. È così che la scrittura presenta Saulo in Atti, ed è così che lo stesso Paolo si “conferma” nelle sue lettere, e nel parlare di sé, e nell’esortare i cristiani. Il fuoco, l’ardore sembra caratterizzare questa figura. L’ebreo osservante, che in nome della legge ammazza uomini e donne pur di difendere i propri principi, ha però da offrirci uno spaccato della sua vita inequivocabile: l’incontro con Cristo.

Un incontro, come quello che ha portato ciascuno alle scelte fondamentali della vita, così dirompente, così chiaro e forte, che la stessa Scrittura lo riporta in narrazione ben tre volte: At 9, At 22, At 26. È l’incontro che nella vita di ciascuno permette di ripartire sempre e ogni volta in maniera differente. È da questo incontro che possiamo intendere il cammino di fede e di vita di Saulo come un percorso nuovo, da convertito, ponendo attenzione però a cosa intendiamo per conversione.  Il senso comune ci consegna l’idea di un cambiamento a livello morale, ma non è l’atteggiamento a convertirsi se non c’è stato il coinvolgimento totale della persona. in 1Cor, parafrasava Peppe, ci è ben espresso questa esperienza radicale-radicata: siamo certi da quale inferno ci ha salvato il Signore. Così, ancora, l’ardore dell’incontro traspare in Fil 3,4-9. Un incontro che quindi cosa “trasmette”? La Grazia! Quale grazia? Quella della Misericordia (1 Tim, 13-16).

Davanti alla conversione dell’apostolo delle genti, allora, l’invito ai seminaristi nella preghiera: a fare memoria dell’Incontro, cioè dell’evento di Resurrezione personale che ha portato ciascuno a scegliere radicalmente Cristo; a scendere con Paolo nelle viscere di misericordia del Signore per ri-scoprire con il suo sguardo quale attaccamento ancora impedisce di radicarsi totalmente in Lui; a rileggere la propria vita, non alla luce di sforzi personali ma della Grazia che agisce in maniera continuativa nel cammino.

Il tempo di adorazione eucaristica a sera ha concluso la prima giornata di ritiro. Il secondo giorno, sabato mattina, dopo la preghiera comunitaria delle Lodi, l’appuntamento per la seconda meditazione. Se per antonomasia la conversione nel Nuovo Testamento è quella dell’apostolo delle genti, non è da sottovalutare la ri-conversione che il pescatore di galilea ha vissuto alla luce dell’evento pasquale. Pietro, infatti, dalla notte della passione a quel famoso passaggio tripartito di Gv21 è stato chiamato anche lui a nuova vita in un processo sicuramente doloroso ma liberante, liberatorio, una Grazia.

Paolo caratterizzato dal fuoco, Pietro probabilmente dalla terra. Sì, Simone di Giovanni non è di certo l’uomo della tenacia. Fin dalla sua chiamata in Lc 5, è facile scorgere le contraddizioni che abitano quest’uomo nel fidarsi del Signore. Si fida nel gettare le reti e sente tutta la sua pochezza rispetto al miracolo compiuto. Le parole chiedono distanza allontanati ma il corpo chiede tutto l’attaccamento possibile prostrandosi ai piedi del Maestro. Ancora, davanti l’annuncio della passione: chi è per lui questo maestro? Il Cristo. Eppure concepire che il suo Cristo dovesse morire era impossibile per lui, tanto da beccarsi l’insulto più grave di tutto il Vangelo: satana.

Paolo ci ha offerto le coordinate per scoprire l’intervento decisivo e continuato della Grazia di Dio nella nostra vita. Con Pietro, ci viene offerta la possibilità di fare i conti con la modestia dei nostri sentimenti. Modestia che ha il sapore spesso di mediocrità, di tiepidezza. Modestia che Pietro riconosce dopo aver rinnegato per ben tre volte il suo maestro, incrociando il Suo sguardo. È questo sguardo che riabilita Pietro alla vita. È questo sguardo che rimette in piedi ciascuno davanti alle ipocrisie, alle mancanze, alle cadute. È questo sguardo che fa da ponte al celebre episodio di Gv 21. Ricalcando i tre rinnegamenti il Risorto chiede a Simone (il nome precedente l’Incontro-salvezza) se è capace di amare di più. Pietro riconosce la sua modestia fin da principio. È al terzo tentativo che il Signore scende nella sua vita per abitarla, ancora di nuovo, corrispondendo al suo “voler bene”.

L’invito, allora, accompagnati dal pescatore di galilea, a contemplare come un unico passaggio, un’unica scena il tradimento nella notte di passione e la “riabilitazione” sulle sponde del lago per riconoscere le zone limite di ciascuno, non per maledirle o per vergognarsene ulteriormente, ma per lasciarle abitare dal Risorto. Non è Pietro a sforzarsi di andare chissà dove per amare il Signore, sottolineava con forza Peppe, ma è Cristo che scende ad amarlo nuovamente così come lui è, così come lui riesca a corrispondere.

Forse questa l’esperienza più decisiva, e più complessa quando si procede nel cammino di fede. Riuscire, ancora e ancora, a lasciarsi amare. Come Paolo, come Pietro, l’invito per i seminaristi e per la comunità tutta del Seminario non solo a riconoscere “intellettualmente” l’iniziativa di Dio, ma a viverla nuovamente lasciandogli spazio, lì dove Lui vuole agire: a volte, con dolore sì, ma lo stesso dolore della Croce, che apre a nuove Risurrezioni, a nuova Vita, radicata in Lui, come il tema di quest’anno ci ricorda.

 

Francesco Ferrandino

 

 

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