Darò la mia vita per te – Ritiro di Quaresima 2024

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Darò la mia vita per te – Ritiro di Quaresima 2024

Il ritiro spirituale previsto per la quaresima 2024 che ha visti coinvolti i seminaristi del Pontificio Seminario Campano Interregionale di Posillipo si è tenuto i primi due giorni di marzo. La predicazione è stata affidata a padre Alberto Casalegno SJ, già professore della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale sezione san Luigi e formatore del suddetto seminario negli anni ‘80. Il ritiro è iniziato alle 16.30 del primo marzo, quando con l’instaurarsi del silenzio necessario per la preghiera, padre Alberto ha messo a disposizione dei seminaristi i brani e i relativi spunti per le meditazioni previste per questo giorno. Partendo dal brano di Giovanni 13 ci si è soffermati sull’espressione “sino alla fine” che rende la croce il segno per eccellenza dell’Amore. Gesù ha preso su di sé la croce, segno di supplizio con cui si condannavano gli uomini considerati meritevoli di ogni disprezzo, rendendola strumento di vittoria. Iniziando la preghiera ponendo l’accento proprio alla contemplazione della croce, il padre raccomandava il silenzio, dentro e fuori di sé, per permettere a Dio di essere il solo a parlare in questo tempo di ritiro. Sono stati proposti tre brani dal vangelo di Giovanni: il primo brano al capitolo 13 versetti 6-9, il secondo brano sempre dallo stesso capitolo ma ai versetti 36-38 e il terzo brano al capitolo 18 versetto 17 e poi versetti 25-27. Questi brani mettono in risalto tutta la difficoltà che Pietro sperimenta nel comprendere fino in fondo la missione che il Signore gli ha affidato. Nel primo brano Gesù che rende partecipi “i suoi” della redenzione. In questo testo è già presente in germe la fatica di Pietro. La stessa che nel secondo brano è ribadita nelle parole dell’apostolo che sembrano “banalizzare” la croce. Nelle parole “darò la mia vita per te” si nota tutta l’incapacità di comprendere quello che il Signore farà di lì a poco. Il terzo brano proposto, sembra, in questo climax di inconsapevolezza, dire di questa difficoltà, dal momento che Pietro, di fronte all’arresto del Maestro, lo rinnega, rinnegando con lui anche la sua croce. Il padre Casalegno ha invitato a riflettere sulla necessità di imparare ad accettare le piccole croci quotidiane, considerando quanti, ogni giorno, vivono facendo i conti con la fame, la guerra, la malattia e ogni genere di afflizione. È necessario permettere, alle piccole o grandi sofferenze quotidiane, di diventare occasione per essere più solidali con chi è nella prova e di crescere fortificati nella fede. In questo ritiro, come in tutta la Quaresima, per tanto è necessario soffermarsi, come cristiani, sull’Amore grande di cui la croce è portatrice. La giornata del primo marzo si è poi conclusa con la preghiera personale e l’adorazione notturna, che ha visto i seminaristi contemplare il Signore presente nell’Eucarestia. Il giorno seguente il centro della preghiera è stato la “riabilitazione” di Pietro. Il brano indicato è sempre dal vangelo di Giovanni, questa volta al capitolo ventuno versetti 15-19. In questo testo si può notare come Gesù “riabilita” Pietro fragile, debole, traditore come lo è ciascun credente. È Gesù che rivolge la parola all’apostolo. È sempre Dio che interpella. La fedeltà di Dio anticipa l’uomo. Gesù vuole persone innamorate non burocrati, bensì apostoli, nonostante le debolezze di ciascuno. Nonostante quello che Pietro ha fatto, il Signore chiede di vivere la Parola con tutto ciò che questo comporta. Per capire come ciò riguardi ogni essere umano si possono prendere ad esempio persone come san Francesco Saverio, san Carlo Borromeo e san Giuseppe Moscati che donandosi totalmente al Signore hanno speso tutta la loro vita al servizio dei fratelli e delle sorelle. Il capitolo ventuno è tutto incentrato sull’amore. L’amore cristiano è “triangolare” nel senso che per amare Dio bisogna amare gli altri. Il Signore lo si incontra proprio nel cuore degli altri. Le parole pronunciate da Gesù “mi ami più di costoro”, non hanno l’intento di mettere Pietro in competizione con i suoi compagni ma piuttosto ricordano all’apostolo di quella promessa che egli stesso ha precedentemente fatto al maestro. È come se il Cristo stesse dicendo: desideri ancora essere fedele a quella promessa? Sono tre le domande che compongono questo dialogo, incentrate sull’amore dell’apostolo per il maestro. La seconda volta che Gesù chiede mi vuoi bene? Dopo averlo appena fatto, la risposta è più articolata della precedente perché viene aggiunta l’espressione tu lo sai che traduce un termine greco che intende una conoscenza divina, profonda, che conosce ogni cosa. E ancora, quando per la terza volta Gesù ripete la stessadomanda Pietro si vergogna e si rattrista per il comportamento avuto al momento dell’arresto del maestro. Ogni cristiano sente una tristezza rispetto ai suoi atteggiamenti e modi di fare perché vorrebbe crescere. Dio sa di ogni uomo più di quanto ciascuno sa di sé. A questa terza domanda, Pietro utilizza un’espressione nuova, altrettanto significativa, “tu conosci”, in questo caso, il verbo greco, traduce una conoscenza umana ad indicare la totalità del conoscere di Gesù. Nonostante la sua situazione di povertà al principe degli apostoli è affidato il ministero di pascere le pecore/agnelli del suo Signore. È questo il momento in cui si compie la promessa darò la mia vita per te pronunciata precedentemente da Pietro. Pascere significa guidare, alimentare, proteggere e camminare insieme alle pecore. Questo è il compito a cui sono chiamati anche i preti di oggi ed è necessario, per vivere questo ministero, essere intelligenti, laboriosi, generosi e aperti ad accogliere chiunque si accosta a loro. Gesù fa di Pietro un altro uomo, Cefa, la roccia. Il Buon Pastore è Gesù e per amor suo Pietro diventa il pastore. Le mie pecorelle indica la dignità di ogni essere umano, cristiano e non, che appartiene a Gesù. Nessuno deve pensare di poter possedere e/o manipolare gli altri perché questi restano di Gesù. Ogni epoca ha i suoi pericoli e, di conseguenza, i credenti di oggi devono fare attenzione ad alcune minacce che possono minare alla propria fede. In particolar modo bisogna necessariamente fare attenzione alla deriva che può scaturire dalla globalizzazione e dai social che rischiano di omologare le persone non permettendo di far uscire il proprio che è in ciascun essere umano. Il pastore, a conoscenza di questi rischi, deve essere paziente e deve partire dall’amicizia e dalla prossimità per accompagnare nella scoperta di ciò che è il proprio di ciascuno. I pastori sono chiamati a mostrare Dio padre e non giudice, specie ai giovani. Bisogna formare le comunità ad essere unite e leali, aperte e accoglienti e non intrise di pettegolezzo. Papa Francesco invita alla creatività. Il Signore conosce tutte le tappe della vita e le particolarità di ciascuna. Il seguimi pronunciato da Gesù a Pietro, in questo brano, è diverso da quello della chiamata iniziale perché è un invito a seguirlo nella morte. Si realizza pienamente in questo seguimi la promessa darò la mia vita per te. Gesù, nella croce, realizza la promessa fatta da Pietro durante la cena. La morte implica l’affidamento, l’abbandono e anche Pietro, come Gesù al Padre, si abbandonerà nel dono totale di sé quando verrà crocifisso a testa in giù. Il ritiro si è concluso con la celebrazione Eucaristica delle 12.00 che ha visto i seminaristi, insieme ai formatori, ringraziare il Signore per i doni ricevuti e l’amore sperimentato nel silenzio orante che ha accompagnato questi giorni. Durante l’omelia padre Alberto ha parlato, a più riprese, dell’amore del Signore per l’uomo. Già a partire dal brano di Michèa cap. 7 vv.14-15.18- 20 che è testimone di quanto, l’immagine di un Dio che è Amore e Misericordia, abbia accompagnato da tempo immemore il popolo d’Israele. Di quest’Amore è manifestazione grande anche il vangelo di Luca al cap. 15 vv.1-3.11-32 proposto dalla Liturgia della Parola. Il padre gesuita ha sottolineato l’importanza di porre l’attenzione sul “Padre” presentato da Gesù in questo testo. Colui che ha un amore totale e gratuito per i figli. Questi ultimi sembrano rappresentare due diverse possibilità di intendere la libertà con il possibile rischio di confonderla con il libertinaggio o con l’accomodamento. Entrambi i figli hanno una concezione falsata della libertà. Il figlio minore si libera del padre chiedendo la sua parte di eredità e andando via di casa, mentre il figlio maggiore non ha uno sguardo libero rispetto alla figura paterna. Il maggiore non riconosce mai il padre come tale né, tanto meno, riesce a riconoscersi come figlio, perché ha sempre visto nella figura genitoriale maschile quello che voleva e non quello che corrispondeva alla realtà. Tutto ciò è evidente quando si assiste alla delusione del maggiore nel notare l’amore che il papà dimostra nell’accogliere il figlio minore che si era perso. Questa storia sottolinea l’importanza di avere presente sempre la propria miseria, non sentendosi migliore degli altri. Solo così facendo si può essere capaci di amare e di sentirsi amati senza merito.

Ivan Aiello – V anno

 

 

 

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