La traviata, oltre la musica

La traviata, oltre la musica

Nel vasto e splendido mondo dell’opera lirica l’Italia ha senza dubbio un posto particolare, basti citare al Monteverdi, a Rossini, a Bellini e più tardi ancora a Puccini. Dal 1600 in poi lo sviluppo del Melodramma (letteralmente dramma in musica), serio o divertente, in cui un’azione scenica che ha uno svolgimento unitario, si sviluppa con arie o recitativi che contribuiscono in modo determinante a mettere in rilievo i personaggi e a far comprendere i loro sentimenti. Una svolta importante nello scenario lirico italiano, avviene con Giuseppe Verdi, in quanto fu il primo ad introdurre all’interno delle sue opere e tra queste Rigoletto e Trovatore, l’analisi psicologica musicale. Senza ora volerci addentrare in questioni di Storia della Musica e forme musicali, vorrei introdurre l’attenzione ad una delle opere più celebri ed amate: La Traviata.

L’opera lirica riprende a sua volta la pièce teatrale “La signora delle camelie”, scritta dall’autore francese Alexandre Dumas (figlio) e che in seguito Francesco Maria Piave adatterà a libretto. L’opera scritta in soli 40 giorni andò in scena per la prima volta il 6 Marzo del 1853 al teatro La Fenice di Venezia che inizialmente ebbe un totale insuccesso, fu soltanto un anno dopo il 15 Maggio dell’84 che l’opera ebbe finalmente la sua dovuta acclamazione. L’opera è formata da 4 Atti e si sviluppano nella Parigi altolocata; il personaggio principale è Violetta Valery, una giovane donna colpita dal mal sottile, ma comunque contenta di come scorre la sua esistenza, un po’ “leggera” o quantomeno dai modi frivoli per quanto riguarda l’altro sesso. La scena inizia pochi giorni prima di Carnevale proprio nella sua casa e tra i diversi invitati si scorge l’animo nobile e audace di Alfredo Germont, il quale dopo che tutti gli invitati hanno brindato per la festa, invita Violetta ad intrattenersi per un po’ con lui. In questo momento, Alfredo intona una delle più belle arie dell’opera alla sua amata, recita così: Un dì felice, eterea, mi balenaste innante, e da quel dì, tremante, vissi d’ignoto amor. Di quell’amor ch’è palpito dell’universo intero, misterioso, altero, croce e delizia al cor.” Poco dopo anche Violetta ricambia colpita ed intimamente sorpresa, gli fa dono di una camelia dicendogli di riportarla quando sarà appassita. Il secondo atto si sviluppa alla casa di campagna, dove si sono ritirati a vivere Violetta ed Alfredo, lì stanno consumando il loro sogno d’amore vivendolo intensamente. Sopraggiunge il padre di Alfredo, Giorgio Germont, e trova Violetta appena rientrata da Parigi. Germont padre comincia con il chiedere in nome delle convenzioni e del buon nome di rinunciare ad Alfredo, anche per la felicità della figlia e che così facendo, non troverà ostacoli nello sposare un giovane del suo rango. Violetta, per la prima volta, “rinuncia al suo amore per un uomo contro la sua volonta”. Partirà subito lasciando un biglietto ad Alfredo, che lo troverà, al rientro da Parigi. Ma mentre scrive il biglietto di saluti e di congedo arriva Alfredo. Egli nota nella giovane un turbamento e la interroga, mentre Violetta intona la famosa romanza: “Amami Alfredo quant’io t’amo. Addio!”.  La scena riprende poi nella sala da ballo in casa dell’amica di Violetta, Flora Bervoix, dove si sta svolgendo un ballo mascherato. Violetta entra nel salone al braccio del barone Douphol, e vedendo Alfredo al tavolo da gioco si sente smarrita. Ad un certo punto escono tutti per la cena, ma Violetta chiama Alfredo per un colloquio chiarificatore. Nel suo spiegare, lo prega di capire che il suo amante Douphol le ha chiesto di lasciare Alfredo per amore suo. Alfredo come rapito dà un momento di follia richiama gli invitati e apostrofa Violetta in forma molto triviale e volgare lanciando una borsa con dentro del denaro ai suoi piedi volendo indicare che il loro amore altro non era che frutto d’un pagamento. Entra in scena anche suo padre Giorgio Germont, il quale rivolgendosi al figlio dice: Di sprezzo degno se stesso rende, Chi pur nell’ira la donna offende. Dov’è mio figlio? più non lo vedo: In te più Alfredo – trovar non so.” L’azione del terzo ed ultimo atto si svolge nella camera di Violetta: lei è coricata su di un grande letto e assistita dalla buona Annina. Violetta è stremata dal suo male, e dal segreto ancora più doloroso che ha nel suo cuore solo il ricordo del “passato”, con il suo Alfredo la conforta. Intanto nella strada sottostante si ode il Carnevale con le sue musiche ed i suoi rumori, con tutta la gente che canta e che balla infervora le strade Parigine. Nel silenzio del momento, giunge Alfredo che si getta tra le braccia di Violetta chiedendole perdono; i due innamorati finalmente riuniti continuano a pensare ad un futuro “ancora felice”, ma una nuova crisi aggredisce la giovane. Arriva anche Giorgio Germont, ma è troppo tardi; egli voleva stringerla come una figlia. Violetta è morente e dopo un estremo sussulto, spira tra le braccia di Alfredo.

La Traviata ha al suo interno numerose arie celebri, qui ne ho citato solo alcune, al primo atto ad esempio è posta Libiam ne lieti calici; in essa ad una più attenta analisi tante riflessioni musicali, narrative e contenutistiche si potrebbero svolgere. Il tema centrale dell’opera è l’amore che Alfredo e Violetta si dichiarano e per amore Violetta sarà costretta a lasciare il suo amato. Cos’è l’amore? Cosa vuol dire amare una persona? Verrebbe da chiedersi, in aggiunta, che senso ha tutta questa storia, se alla fine l’amore desiderato e appena toccato, finisce con il morire di Violetta? In effetti l’opera appartiene al genere del Dramma e come ogni dramma che si rispetti, è necessaria la morte di uno dei personaggi, ma credo, che se Verdi è rimasto colpito da questa trama e ha deciso di musicarla, non fu solo per gusto o per denaro; d’altronde la sua stessa vita fu segnata da numerosi lutti. L’amore narrato, cantato, nell’opera come Alfredo dice, ricopre l’universo intero, è misterioso, inquieto, fiero, ma soprattutto è croce e delizia. Ogni amore, ogni storia d’amore ha in sé del fascino, ma anche del tremendo, ha croci e gioie, anche se spesso le croci si vorrebbero evitare e spesso l’unica parola che si riesce a pronunciare è: “Addio”. L’amore della Traviata, non muore con Violetta, e anche a distanza di 160 anni dal suo debutto iniziale, ci coinvolge e ci invita ad entrare nel palcoscenico del nostro mondo, della nostra vita, per continuare a cantare e per che no, volteggiare di quell’amore che è palpito, che spesso non capiamo e che pure ha bisogno di doveri. Alla fine resta quel silenzio, quell’ultimo respiro che è Delizia, ma che nel profondo è una Croce.

Mario Cucciniello

(Comunità IV anno)

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