Cattolici e politica: se anche il sale perde il sapore

Cattolici e politica: se anche il sale perde il sapore

Una sorta di allergia che a stento cela i tratti marcati di una costante delusione e di una diffusa rassegnazione. La disaffezione degli italiani rispetto alla politica pare una tendenza acclarata e forse consolidata, pertanto difficile da invertire. Rispetto a questo quadro più generale, non fa di certo eccezione l’atteggiamento dei cattolici.

Una certa irrilevanza, presunta o addirittura pretesa (da parte di alcuni), del cristianesimo e dei cristiani sul piano sociale appare ormai un dato oggettivo, che forse va letto attraverso una vera e propria inversione di prospettiva rispetto a quell’atteggiamento di continua lamentazione, che ci vede recriminare perché ci sentiamo messi ai margini del dibattito pubblico. Essa sembra affondare le sue radici piuttosto nell’atteggiamento deresponsabilizzante di chi ha lasciato che una acritica neutralità confinasse in un angolo la forza dirompente della buona notizia, fino quasi a neutralizzarla.

La debolezza, e talvolta timidezza, della presenza dei credenti nel contesto sociale porta anche con sé facilmente il rischio di una strumentalizzazione che contraddice la natura stessa del cattolicesimo. Il fatto di trovarsi perennemente in minoranza e, talvolta, in una condizione di supposta insignificanza, genera pericolose distorsioni. I temi considerati sensibili, come quelli connessi ai cosiddetti principi non negoziabili (categoria che ha destato non poche perplessità), finiscono per essere usati come argomenti divisivi, anziché come possibilità di costruire un orizzonte di senso condiviso in cui si renda possibile un autentico dialogo, come anche la ricerca di una grammatica comune dell’umano che possa essere intellegibile a tutti quelli che una volta eravamo soliti indicare come uomini (e donne) di buona volontà.

Se la fede è vivere in Cristo un’umanità in pienezza, tale esperienza non può essere in nessun modo confinata nei limiti angusti di una spiritualità intesa in senso marcatamente intimistico e privato. L’adesione a Cristo uomo nuovo (cf. GS 22), archetipo e paradigma dell’autenticamente umano, pretende che l’intera vita della persona, che costitutivamente concerne l’orizzonte relazionale e sociale e non ne può prescindere, venga illuminata dalla luce della fede vissuta nella prospettiva della comunione.

Il magistero recente sembra additare proprio questa strada come via da battere in un tempo tanto complesso. Una rilettura dei contributi di Benedetto XVI e di Francesco, nel solco dell’insegnamento della Dottrina Sociale della Chiesa, lascia intendere come sia apparente e pernicioso il supposto conflitto tra la forza delle convinzioni e la ricerca di un dialogo aperto e rispettoso della dignità di ciascuno. La dialettica resta un elemento imprescindibile del vivere sociale; tuttavia i cristiani più di altri dovrebbero sapere che non necessariamente essa deve condurre a sterili contrapposizioni o arroccamenti capricciosi.

Ci pare questa una consapevolezza quanto meno condivisibile da tutti, dalla quale è possibile prendere le mosse. Nel suo recente discorso in parlamento (13 ottobre 2022), la senatrice Liliana Segre affermava: «le grandi democrazie mature dimostrano di essere tali se, al di sopra delle divisioni partitiche e dell’esercizio dei diversi ruoli, sanno ritrovarsi unite in un nucleo essenziali di valori condivisi». È impossibile in definitiva fondare una convivenza civile sul relativismo, come preteso da qualcuno.

Alla luce di queste considerazioni, senza alcuna pretesa di essere esaustivi e consapevoli della grande complessità della questione e delle sue notevoli implicazioni, potrebbe essere utile provare a ripartire da tre criteri:

1. Cercare ciò che conduce all’integrazione.

Sembra immediato il richiamo ai principi che papa Francesco ha indicato nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium come regolatori del vivere sociale. In particolare: il tutto è superiore alla parte (cf. EG 234-237) e, ancora, l’unità prevale sul conflitto (cf. EG 226-230). Gesù stesso prega il Padre «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21).

Ci stiamo riferendo alla delicata quanto preziosa arte del ricondurre ogni cosa all’unità. Sembra quanto mai urgente unire le forze per aprire spazi di reale concertazione, di armonizzazione delle differenze, nel rispetto delle peculiarità di ciascuno, e di ricomposizione delle fratture. Potrebbe anche essere questa la cifra del cammino sinodale che la Chiesa si sta impegnando a vivere, seppur con le comprensibili e prevedibili fatiche e incertezze.

2. Anche una goccia è preziosa.

Occorre educarci a riconoscere il bene e a chiamarlo per nome, da qualsiasi parte esso provenga, senza lasciarsi sviare da preclusioni e pregiudizi, senza ostinarci a voler sempre condurre noi il gioco dettando regole, tempi e modalità. Ci pare opportuno a tal proposito richiamare l’episodio narrato dall’evangelista Marco:

Giovanni prese la parola dicendo: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non ti segue insieme con noi». Ma Gesù gli rispose: «Non lo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi» (Mc 9,49-50).

3. Nessuno escluso.

«Voi siete il sale della terra […]. Voi siete la luce del mondo» (Mt 5,13-14). La grande dignità che ci viene riconosciuta chiama tutti e ciascuno alla corresponsabilità. La politica e la cura del vivere comune non sono affari da mestieranti. Se davvero vogliamo dar credito a questa parola, dobbiamo allora necessariamente riconoscere che siamo chiamati a non far mai mancare il nostro contributo appassionato e competente alla ricerca condivisa del bene comune.

 

Don Umberto Guerriero

Educatore comunità II anno

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