Quattro chiacchiere con p. Dino Tessari, missionario O.M.I.

Quattro chiacchiere con p. Dino Tessari, missionario O.M.I.

Quattro chiacchiere con p. Dino Tessari, missionario O.M.I.

Abbiamo fatto “quattro chiacchiere” con p. Dino Tessari, il quale, nel mese di Novembre (12-14), ha fatto visita al nostro Seminario consegnandoci la bellezza e la ricchezza della sua esperienza di vita spesa come prete, in terra di missione.

 

Padre, sul finire della sua visita al nostro Seminario, le chiedo come ha trascorso questi giorni?

Sono state giornate stupende. Ho visto un’attenzione che non ho natato altrove: molti seminaristi sono venuti a dirmi grazie e questo è stato bellissimo. Oggi la mia Indonesia sono i Seminari d’Italia.

Che differenza c’è tra la sua Indonesia e quella dei seminaristi?

L’Indonesia “missione” è il luogo della semplicità, della povertà, dove il Signore ti aiuta a vivere con e per la gente, a vedere nei loro volti il volto di Dio, ad avere quella compassione straordinaria che porta all’amore e a costruire. Nei seminari a volte vedo delle paure e delle perplessità, che vorrei scomparissero e che i seminaristi si aprissero alla gioia di sentirsi scelti e guidati dal Signore.

Guardando la sua vita da seminarista prima e poi da prete, in particolare prete missionario, quale difficoltà o crisi grande ha vissuto? Le va di condividerla con noi?

Domanda difficile. Nella vita di seminarista la ricerca della fraternità sacerdotale è ciò che sempre mi ha guidato: l’altro mi deve aiutare ad essere santo e io devo aiutare l’altro. La comunità è viva nella misura in cui tutti i membri si impegnano a santificarsi l’un l’altro. Poi ci sono momenti difficili, quando vedi una comunità che sembra non vivere la fraternità. E poi c’è la solitudine, perché la vita da solo ti aiuta ad essere più santo.

E allora la solitudine è amica o nemica?

Tutte e due le cose. Nemica perché vorresti parlare con qualcuno, amica perché ti aiuta a metterti di più nelle mani di Dio, e questo è il secondo passo che ti aiuta a dire “quanto sono stato stupido a vederla nemica”. Tante volte la solitudine è il luogo in cui Gesù ti parla e ti fa capire che mancavi di fiducia nel Signore.

Lei, come missionario nel mondo, avrà vissuto tanti pericoli, anche in termini di vita, cosa si sente di dire ai seminaristi  ma anche preti che hanno in mente un modello di vita cristiana “tranquilla”, senza troppi rischi?

Annunciare il Vangelo è scoprire il coraggio della propria vita. La vita ha senso nella misura in cui diviene dono per gli altri. Pensare a noi stessi ci porta a vivere una vita comoda, facendo finta di

annunciare il vangelo. Il Signore mi chiede di rinnegare me stesso per buttarmi in Lui, così Lui diventa la mia forza e mi dice “come sono forza per te voglio esserlo per gli altri”. Poi l’altro aspetto bello è avere le preferenze di Gesù: i poveri, gli umili, i semplici, le famiglie. Prima bisogna creare relazioni buone e poi annunciare il Vangelo, altrimenti diventa difficile annunciare Gesù.

Nell’incontrare la Comunità del Seminario ha detto che non si può parlare di Gesù se prima non si è innamorati di Lui. C’è, secondo lei, il rischio di “anestetizzare” la relazione con il Signore?

La relazione con il Signore va di pari passo con la relazione con gli altri, i quali sono immagine vivente di Gesù. Tante volte essere troppo “spiritualisti” può essere un pericolo. Invece, più siamo del Signore e più siamo degli altri.

A proposito dei poveri, la missionarietà non è solo l’esperienza di missione vissuta nei Paesi poveri del mondo ma, anche, nelle periferie esistenziali che sono presenti nei nostri territori. Lei pensa che la Chiesa ha questa consapevolezza? Non le sembra che, alle volte, dimentichiamo i poveri, i drammi familiari e sociali?

Una Chiesa che non si fa vicina ai poveri non capirà mai la bellezza che i poveri ti danno. Al termine della nostra vita saremo giudicati dai poveri. Se non hai questa attenzione ai poveri e agli ultimi che sono stati “attenzione” di Gesù, non puoi sentirti tranquillo! Tante volte abbiamo una Chiesa paurosa, anche se ci sono esempi straordinari di sacerdoti che si danno ai poveri. Ma come Chiesa istituzionale siamo capaci di accogliere gli inviti di Papa Francesco riguardo ai poveri, agli ultimi, gli emarginati?

Parlando della Chiesa italiana, come sta secondo lei? E’ capace di rispondere alle istanze che la società ci sta ponendo?

La chiesa italiana è per me in un momento in cui si accorge di tutti questi problemi, il che è importante. Il passo successivo è gettarsi, veramente, in questa accoglienza dei poveri, immigrati, famiglie. Tante parrocchie scoprono la bellezza della comunità! Quindi è una Chiesa che ha capito, ma che deve prendere coraggio per portare avanti determinate iniziative.

Ha più volte parlato di comunità, anche ieri nell’incontrarci, tra i punti che ritiene necessari per essere comunità ribadiva la sfida della fraternità. Oggi, forse, più che mai la fraternità rappresenta una sfida visto che siamo figli di una società individualistica. Individualismo che fa pensare, erroneamente, di bastare a se stessi o, ancor peggio, fa cadere nella trappola della gelosia e dell’invidia. Cosa serve? Come essere veramente fratelli e non solo dei venditori di ghiaccio agli eschimesi?

La fraternità è la speranza della Chiesa di domani. Quella fraternità in cui una comunità, un gruppo di sacerdoti si aiuta veramente a vivere, profondamente, la propria scelta sacerdotale e cristiana. Se non sento di aiutare un fratello in difficoltà allora vuol dire che non c’è fraternità, che io blocco il flusso d’amore che deve intercorrere tra persone che si sono consacrate. Poi la fraternità ci aiuta a discernere quello che si può fare. La fraternità sacerdotale è un segreto per costruire comunità. Quando andiamo in chiesa ci troviamo di fronte a una comunità che si ama? Tu che celebri il sacramento dell’amore come puoi capire l’amore se non c’è bellezza, se non c’è fraternità? La fraternità sacerdotale aiuta allora a costruire comunità belle!

Padre ritorniamo nelle periferie: nei contesti poveri e negli ambienti dove è diffusa la camorra o la criminalità organizzata, il dramma primario è un sottosviluppo economico, psicologico, culturale e sociale. Pensa che la Chiesa ha una responsabilità, prima di tutto, di formazione culturale e sociale?

Mi ha impressionato che alle ultime votazioni parecchi Vescovi hanno detto che la Chiesa è impreparata e non ha capito l’importanza delle votazioni. La chiesa deve dire la sua e non chiudersi o lasciar fare. Tu Chiesa non aver paura di parlare, senza giudicare. Non aver paura di intervenire a sciogliere qualche problema, a cercare di affrontare qualche problema, come la camorra. Dove non c’è lavoro che cosa si può fare? Per forza viene fuori, perché sono in cerca di soldi e allora… Si deve avere più coraggio nella Chiesa. A Napoli il Cardinale ha creato tanti centri di carità. Sono primi passi che però bisogna avere il coraggio di affrontare di più. Ma il problema grosso è la disoccupazione. Già il nostro fondatore a Marsiglia per i disoccupati ha creato una zona dove hanno costruito laboratori, imprese, ecc. Alle volte non sappiamo leggere il bene che c’è nella Chiesa. Anche tra i seminaristi si parla più dei problemi che delle cose belle. In tanti seminari vedo la paura per il domani. Non si combina niente così. Se c’è un problema bisogna guardare come risolvere. Se si vive nella paura non si fa proprio niente. Questo della Chiesa di oggi è un periodo stupendo, proprio perché è un periodo di “purificazione” che ci porta all’essenziale: Gesù, i poveri, il donare la vita per gli altri.

Padre, a partire dalla sua esperienza, come vede la formazione al sacerdozio e come, secondo lei, potrebbe migliorare?

Meno intellettualismo e più capacità di apertura alla conoscenza del mondo. Benissimo le idee, la teologia, ecc., però bisogna dare più spazio alle scienze umane, alle relazioni, avere scuole di formazione delle comunità. Bisognerebbe, soprattutto, cercare di aiutare i seminaristi a rendere le loro idee sempre più concrete, donando non solo le idee teologiche ma anche dei testi che ti possono aiutare a calare queste idee nella realtà. Io ho avuto la fortuna di avere un bravo padre spirituale, che tutte le volte che c’era una disciplina da studiare mi dava libri che concretizzavano questo amore per la chiesa. Anche nella sacramentaria mi dava libri che mi aiutavano a vedere la parte “più pastorale”, per stare vicino alla gente. Anche nelle nostre Facoltà può esserci il rischio di essere solo intellettuali e poco pastorali. Dovremmo essere più “calati sul campo” e seguire di più le esperienze offerte ai seminaristi. Spesso i seminaristi, in parrocchia, entrano in crisi perché i giovani non li seguono. Ma devo chiedermi cosa io posso fare per i giovani e non i giovani cosa fanno per me.

Alle volte, però, può capitare di andare in parrocchie dove il sacerdote ha un’idea diversa di seminarista”.

In queste situazioni, che sono normali, dire sempre sì ma avere il coraggio di creare relazioni nuove, per stare vicino alla gente, interessarsi delle famiglie, ecc., altrimenti si è bloccati e l’esperienza diventa negativa. Anche in contesti difficili dobbiamo essere capaci di novità, di vicinanza alla gente, alle persone che incontro. Cerca le famiglie, trova la bellezza delle famiglie!

Cosa ci può dire del “sogno” e dello spirito missionario?

È una necessità, è la forza della vita cristiana. Per me non esiste prete senza spirito missionario, quello spirito missionario che ci deve aprire al mondo intero e alla Chiesa allargata. Più ami la chiesa diffusa sul mondo e più sei pronto ad amare la chiesa particolare.

Può capitare che un prete perda l’ardore missionario?

Perdono l’ardore missionario perché i loro problemi sono diventati più grandi di Gesù. Per forza sono bloccati. Invece l’ardore missionario, riscegliere Cristo in continuazione, sentire la gioia dell’evangelizzazione, la vicinanza ai poveri, la fraternità sacerdotale devono ravvivare il nostro entusiasmo missionario.

Liturgia, mi sa dire quali differenze tra le celebrazioni eucaristiche vissute in missioni e le nostre?

Tutti, anche seminaristi che vengono in missione, sono impressionati dalla liturgia “viva”. Si tocca con mano l’amore nella comunità e questo diventa motivo di annuncio agli altri. La comunità che attrae. Molti si convertono perché vedono che i cristiani sono felici, sono capaci di aiutare i poveri, anche non cristiani. E poi la spiritualità del prete sul quale si sono sprecate tante parole: ne hanno fatto un modello di prete ingessato. Invece il prete deve sporcarsi le mani, scendere in mezzo alla gente, creare comunità. La differenza è proprio questa: la gioia.

Lei, giustamente, ci ha ribadito che siamo chiamati a mettere Cristo Gesù al centro della nostra vita. Cosa, nel suo cammino, l’ha aiutata a centrarsi sempre più in Lui?

Essere fedeli alla preghiera nonostante tutto. Il tuo breviario, la tua preghiera, la tua adorazione, la Messa ben celebrata e poi la Messa con Gesù che hai nel tuo cuore. Queste sono realtà vere. Per tanti preti la Messa è un impegno che poi non incide nella loro vita. Io ho paura quando dico la Messa. Ho lo stesso entusiasmo di cinquanta anni fa che mi porta ad identificarmi, sempre più, con Gesù. La Messa è stata la forza della mia vita.

Vuole consegnarci un ultimo messaggio?

Un prete che non prega mai perché Gesù sia conosciuto e amato, è un prete che non ha conosciuto l’amore di Gesù. E ricordate: più vi avvicinate al sacerdozio e più aumentano le paure. Ma quelle paure servono per purificarvi.

Carissimo padre, la ringrazio per questa intervista, ma soprattutto perché la sua testimonianza ha ravvivato la nostra sequela, il nostro desiderio di fraternità e il nostro impegno di centrarci in Cristo Gesù. Ha parlato di gioia. Posso dire che questa gioia l’ha trasmessa a tutta la Comunità del Seminario. La saluto con una frase che lei ha detto: “la messa è stata la forza della mia vita”. Questa frase diventa preghiera, che rivolgiamo al Padre, per lei: il Signore le conceda di sperimentare sempre questa forza che ha origine nell’Eucarestia. Buon cammino!

 

Alfonso Iovino, gruppo G. A. M. I. S.

 

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