VA’ PRIMA A RICONCILIARTI COL TUO FRATELLO (Mt 5,24)

VA’ PRIMA A RICONCILIARTI COL TUO FRATELLO (Mt 5,24)

VA’ PRIMA A RICONCILIARTI COL TUO FRATELLO (Mt 5,24)

 

foto della celebrazione eucaristica

 

 

foto della festa

 

 

Giorno 14 giugno con l’ultima celebrazione Eucaristica intercomunitaria si è conclusa la parte  dell’anno formativo 2017/2018 , vissuta in seminario. La celebrazione Eucaristica è stata presieduta da Padre Franco Beneduce. La serata si è conclusa con una festa. Di seguito l’omelia pronunciata dal rettore:

 

Carissimi,

il vangelo di oggi ci immette nel quadro del discorso della montagna, la Magna Charta di Gesù per i suoi discepoli.

 

Dopo le beatitudini, la parabola del sale e della luce e il compimento della Legge, Gesù invita ad andare oltre la “giustizia di scribi e farisei”.

L’andare oltre, potrebbe assumere il significato di una ulteriore radicalizzazione casistica. Dalle 10 Parole, ne erano scaturiti 613 precetti, 248 positivi e 365 negativi, uno per ciascun giorno dell’anno. L’esperienza della vita rivelava l’impossibilità dell’osservanza, che schiacciava anche i più pii e devoti israeliti.

Per mezzo di alcuni esempi concreti, Gesù mostra come fare per raggiungere questa giustizia maggiore che supera la giustizia degli scribi e dei farisei.

Nel brano evangelico di oggi, Gesù ci dà i primi tre esempi, che riguardano il versante delle relazioni umane, all’interno della comunità.

Non è un caso che chiudiamo il tempo formativo insieme questa sera e ci apriamo al tempo estivo, con raccomandazioni che si collegano ancora una volta al tema di quest’anno: “tra voi non è così”, profezia della fraternità. Allo spirito del terzo periodo: dell’autenticità – apparenza.

 

Gesù fa alcuni esempi: apostrofare il fratello, il culto disincarnato, la riconciliazione prima di tutto.

 

Parto dal secondo esempio, nel quale Gesù dice che la riconciliazione con Dio -che nessuno vede-, è possibile solo per chi sa riconciliarsi con il fratello che ciascuno vede (cf. 1 Gv. 4,20). Mette la parola fine al rischio di un culto a Dio, dove ognuno deve qualcosa a Dio, per propiziarselo. Gesù chiede ai suoi una celebrazione nella quale il Dio dell’Alleanza, possa godere nel vedere i suoi figli riuniti in “assemblea”, dove non manchi nessuno.

Nella terza esemplificazione, Gesù rincara la dose. Cerca di riconciliarti, prima che sia troppo tardi! La divisione è disastrosa. L’unico peccato che Dio non riesce a perdonare è la mancanza di perdono verso gli altri (Mt 6,14). L’abitudine in noi forse ha la meglio, ma almeno quotidianamente ripetiamo “rimetti a noi i debiti, come noi li rimettiamo….”.

La prima esemplificazione è la più esigente e la più stringente, perché riguarda lo stile di relazione abituale con gli altri, nella vita quotidiana.

Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai”.Ma io vi dico”.

Gesù, ci mostra che prima di diventare azione, la violenza cova nel cuore umano, e a questo istinto occorre fare resistenza.

(Massimo Recalcati ha ripreso un tema che ha trattato da Renè Girard, che individua nel “desiderio” la radice dell’aggressività, che diventa collera e poi violenza.)

Nel cuore di ognuno è presente una componente di violenza che attenta alla vita fraterna. Le parole possono essere macigni o balsamo, muri o ponti.

La parola, non l’unico mezzo di comunicazione con gli altri, ma certamente è il più grande.

Gesù oggi ci dice che bisogna educare il cuore, si tratta di fermare la lingua, che può uccidere con la parola.  Altrove Gesù dirà: Mt. 12, [34b]Poiché la bocca parla dalla pienezza del cuore. [35]L’uomo buono dal suo buon tesoro trae cose buone, mentre l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae cose cattive.

 

Parafrasando, possiamo dire con Paolo di Tarso: 1 Cor. 10, [23]«Tutto è lecito!». Ma non tutto è utile! «Tutto è lecito!». Ma non tutto edifica. 

Già prima di Gesù, Socrate aveva messo in guardia di fare buon uso di ciò che diciamo o ascoltiamo, perché non è mai ininfluente e giunge a teorizza un triplice filtraggio. Ad una persone che vuole dire qualcosa di negativo su un suo amico, egli pone delle domande.

“Sei sicuro che quello che mi vuoi raccontare è vero?”
“Beh no” rispose il conoscente “in effetti l’ho solo sentito dire…”
“Bene… quindi non sai se è vero oppure no. Quindi passiamo al secondo filtraggio: la bontà.  Quello che mi vuoi raccontare è una cosa buona?”
“No, anzi!” rispose il conoscente.
“Bene, quindi mi vuoi raccontare qualcosa di negativo sul suo conto. Ed ora l’ultimo filtraggio: l’utilità!  Quello che mi vuoi dire sul mio miglior amico, avrà una qualche utilità per me?”
“No penso proprio di no”
” E allora” continuò Socrate “quello che mi vuoi raccontare non è vero, non è niente di buono e non mi è di utilità! E allora perché raccontarmelo?”

 

San Giacomo, vedendo chiaramente ciò che attenta alla fraternità, dice: Gc. 3, [8]ma la lingua nessun uomo la può domare: è un male ribelle, è piena di veleno mortale. [9]Con essa benediciamo il Signore e Padre e con essa malediciamo gli uomini fatti a somiglianza di Dio. [10]E’ dalla stessa bocca che esce benedizione e maledizione. Non dev’essere così, fratelli miei!

 

Del nostro modo di comunicare fa parte anche il linguaggio del corpo, il nostro modo di comunicare attraverso il vestire, il taglio dei capelli, il modo di parlare, scherzare, abbigliarci, luoghi e persone che frequentiamo, ecc.

Oggi, poi, i computer, smartphone, ecc., sono definiti come nostro prolungamento. E’ buono chiederci: cosa comunichiamo di noi stessi attraverso questi strumenti, i social network, i profili, i post? Con quale spirito di giudizio mettiamo i like?

Entrando nel tempo estivo, sarà salutare salvaguardare con la preghiera l’esame di coscienza, anche nella forma semplice: grazie, scusa, per favore.

Rileggere la presenza di Dio nel nostro cuore ogni giorno, per scoprirne le tracce che lascia del Suo passaggio in noi, negli altri. Sapremo riconoscerlo nelle persone di famiglia, nei ragazzi e animatori dei grest, nelle persone che serviremo nelle diverse esperienze di servizio, con il parroco e la comunità, con gli amici, ecc.

Solo evangelizzando il “nostro profondo”, permetteremo a Gesù di aiutarci a fare resistenza a quanto cova nel cuore umano. Solo Lui può contrastare l’istinto dell’aggressività e della violenza, affinché né con le azioni e nemmeno con le parole, esse si esprimano nella forma della gelosia e dell’invidia e violenza, con il risultato di uccidere la fraternità.

Così, saremo un pizzico di lievito che fa fermentare tutta la massa. Saremo quella umanità rinnovata dallo Spirito.

Jean Vanier, in un suo passaggio in un paese dell’Africa, portando un grande sacchetto di caramelle ai bambini, volevano distribuirle attraverso la risposta esatta ad un indovinello. Chi avrebbe risposto bene e giunto per primo, lo avrebbe vinto. Parte il gioco. I bimbi alla domanda, anziché correre l’uno o l’altro, si consultarono e corsero insieme e giunti davanti alla giuria, insieme gridarono la risposta e divisero tra tutti il sacco di caramelle premio. Un bel modo di passare dalla competizione alla cooperazione.

Il lievito del vangelo ci aiuti ad inventare un modo nuovo di giocarci la vita, ad avere a cuore la “fraternità” e a perseguirla ad ogni costo, in tutti i modi, oltre ogni confine. Lo Spirito faccia sì, che ogni nostra parola in entrata o in uscita, sia solo “benedire”.

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