MESSA NELLA FESTA DEI SS. FILIPPO E GIACOMO: “MOSTRACI IL PADRE E CI BASTA”(Gv 14,8)

MESSA NELLA FESTA DEI SS. FILIPPO E GIACOMO: “MOSTRACI IL PADRE E CI BASTA”(Gv 14,8)

MESSA NELLA FESTA DEI SS. FILIPPO E GIACOMO: “MOSTRACI IL PADRE E CI BASTA”(Gv 14,8)

Nella festa dei santi Filippo e Giacomo ha celebrato la messa intercomunitaria padre Daniele Libanori sj nominato vescovo ausiliare di Roma il 23 novembre del 2017, assegnandogli il titolo di Buruni.  Padre Daniele Libanori nella prima parte dell’omelia ha fatto memoria di come il Signore ha operato nella sua vita fino al giorno della chiamata del provinciale che lo avvisava della nomina. Il suo cammino vocazionale inizia all’età di 11 anni. Egli ricorda che durante la liturgia delle ceneri del 1966 quando si presentò per l’imposizione l’arcivescovo invece di dire la frase che accompagna questo gesto gli disse:

“Se il Signore ti vuole, ti prende.”

Questa frase lo ha accompagnato in tutti i momenti di difficoltà. Fu ordinato sacerdote l’11 giugno del 1977 e cominciò il suo servizio nella sua diocesi di provincia. Per due anni svolse il servizio di vice parroco, poi divenne parroco in una parrocchia di 536 abitanti e dopo 4 anni il vescovo inaspettatamente lo nominò responsabile del seminario diocesano. Nel frattempo era consuetudine che i padri gesuiti venissero in seminario per dare gli aiuti annuali e mensili. L’ammirazione per la compagnia di Gesù lo ha sempre accompagnato. Ammirava nei gesuiti il fatto di come sapessero coniugare una grande competenza con un’estrema facilità nell’annuncio. Tenne sempre con sé il desiderio di diventare gesuita finché un giorno lo raccontò al suo padre spirituale. Tra molti dubbi cercò una conferma e la trovò nel passo del Vangelo di Matteo in cui Gesù cammina sulle acque e Pietro gli domanda:

“Se sei tu, comanda che io vengo da te sulle acque”

Quando il tempo fu maturo il vescovo lo lascò partire il 26 dicembre del 1991 per il noviziato. Dal 2003 al 2016 è stato rettore della chiesa del Gesù di Roma. Lì ha riscoperto il ministero straordinario della confessione dove finalmente poteva dedicarsi con vera passione. Iniziò ad impegnarsi per la formazione del clero diocesano e dei diaconi permanenti. Il 18 settembre il padre provinciale lo chiama dicendogli che il papa lo vuole vescovo ausiliare di Roma. Rimase incredulo. Sentì uno schiacciamento ed un peso. Padre Libanori ci ha ricordato di come da quel momento per l’incredulità abbia sempre riguardato la chiamata del provinciale sul telefono.

Nella seconda parte dell’omelia padre Libanori si è incentrato di più sul Vangelo (Gv 14,6-14). Il dialogo tra Gesù e Filippo avviene al termine della formazione dei discepoli. Filippo e tutti gli altri erano stati gomito a gomito col Signore. Eppure pare che non avessero capito granché. Che significato hanno le parole di Filippo?

“Mostraci il Padre e ci basta”

Che cosa si aspettava da Gesù? Filippo continua a pensare a Dio a partire da quello che ha ascoltato fin da bambino. I prodigi del Signore che i genitori gli raccontavano da bambino durante la notte della Pasqua. La frase di Filippo forse allora si può tradurre: Ma quando il Signore ricompirà le opere per le quali gli ebrei lo hanno adorato riscattandoli dall’umiliazione? Gesù gli dice che non aveva capito niente. L’opera più grande è che Gesù gli mostra e ci mostra fin dove arriva l’amore del Padre: si mette nelle mani degli uomini. L’amore è mostrarsi vulnerabile. Da qui nasce la capacità di amare gli altri come se

stessi. Ma per essere capaci bisogna fare esperienza profonda del Signore. Non solo ma bisogna sempre tenere presente la propria storia per ritrovarla. Quasi alla fine dell’omelia padre Libanori ha detto:

“La nostra storia è la Bibbia che dovremmo imparare a leggere continuamente. Perciò vi ho raccontato la mia storia”

È finito il tempo in cui il Vangelo può presentarsi con lo splendore, con la potenza e anche con la capacità di rispondere a tutte le domande immediate che la vita quotidiana pone agli uomini che rimandano tutto alla Chiesa che immaginano ancora potente. Gesù aveva raccomandato ai discepoli di andare per le case in assoluta povertà in modo che fosse chiaro che non andavano a risolvere i problemi della gente. Andavano piuttosto a portare qualcosa di cui tutti hanno bisogno. Invece quando la gente ha bisogno va dal prete per chiedergli di pagare le bollette, di cercargli un lavoro o una raccomandazione. Ma chi va dal prete a chiedere il Vangelo? I preti cadono in questa trappola, perché in fondo piace essere riconosciuti importanti, nel momento in cui nessuno chiede più chi è il Signore. Alla fine cerchiamo più una significanza sociale che l’efficacia della Parola che ci è stata affidata ed è tanto più efficace quando più è proclamata.

Abbiamo bisogno di ricomprendere dove e come abbiamo incontrato il Signore, che potrà magari non piacerci ma è certo che noi possiamo riconoscere la sua presenza, la sua manifestazione a ciascuno di noi esattamente là dove abbiamo toccato il nostro limite, la nostra incapacità. A livello antropologico la preghiera nasce nel cuore dell’uomo come un grido di aiuto. Bisogna benedire tutti i momenti in cui ci siamo sentiti incapaci perché proprio lì abbiamo incontrato Cristo Salvatore. L’esempio di Filippo e Giacomo è eloquente. Si erano formati da Gesù in persona ma questo non era sufficiente per annunciare a tutti il Vangelo perché avevano bisogno dello Spirito Santo. Sia allora benedetta la nostra debolezza.

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