“ALZATI E VA’!” (At 8,26)

“ALZATI E VA’!” (At 8,26)

“ALZATI E VA’!” (At 8,26)

Giovedì della terza settimana di Pasqua la consueta messa intercomunitaria è stata celebrata dall’arcivescovo di Sorrento-Castellammare di Stabia, monsignor Francesco Alfano. Durante l’omelia monsignor Alfano ha subito messo in luce come nella prima lettura e in particolar modo nell’intero libro degli Atti degli apostoli c’è raccontata la storia della Chiesa delle origini. C’è la nostra storia, c’è la corsa del Vangelo, c’è la crescita nella fede, ci sono gli scontri, le difficoltà, le tensioni, c’è lo sforzo di andare oltre gli schemi, c’è la sorpresa, c’è l’energia dello Spirito che ci precede. Qui la nostra Chiesa è principalmente chiamata in causa perché siamo in uno di quegli snodi fondamentali dove la comunità non è solo provocata ma addirittura spinta ad andare oltre sé stessa perché il Vangelo raggiunga tutti i confini della terra. La pagina dell’eunuco etiope ci fa capire che l’evangelizzazione non si fa a tavolino, non è frutto solo di una programmazione, o delle nostre tecniche, che ci rendono pieni di noi stessi fino a mortificare l’altro, ma è frutto dello Spirito, è capacità di lasciarci guidare, spingere, orientare e l’esperienza del diacono Filippo ce l’ho insegna. Filippo è l’esempio che non bisogna fermarsi alla forma istituita dai dodici perché c’è sempre bisogno di aprirci alle nuove necessità, ai nuovi bisogni materiali, sociali e culturali. Filippo ci indica che la Parola per essere non solo custodita e testimoniata, ma anche condivisa e diffusa ha bisogno di forme nuove, di vie nuove, di tentativi che vanno oltre il già fatto. Filippo è spinto, inviato da missionario:

“Alzati e va’”

Questo è l’essenziale per la Chiesa e per ciascuno di noi. Non rimanere nella nostra condizione statica, nelle nostre piccole seppur consolidate certezze. Alzati! Non rimanere piegato, oppresso, schiavo nella tua immobilità da morto. Alzati! Il risorto è vivo. Il verbo andare è il verbo della missione, dell’incognita.

Ma dove deve andare Filippo?

Non ci scegliamo noi i luoghi, le modalità. Filippo va verso Gaza, verso una strada deserta, nel luogo più impensato o meno opportuno. Nel luogo dove non c’è nessuno. Le condizioni che vengono presentate a Filippo richiedono da lui una fiducia totale. Non si può essere evangelizzatori se oltre ad avere fiducia nelle nostre capacità e in quelle degli altri, dei compagni di viaggio, non si ha anche e specialmente fiducia in Dio. L’evangelizzazione è azione dello Spirito che ci chiede di collaborare, di dare una mano, di alzarci e metterci in cammino. Questa è l’obbedienza radicale: Il dire di sì con tutte le cadute, le difficoltà e le incertezze. E se vale per ognuno di noi, vale anche per la Chiesa, per la comunità dei credenti, questo popolo che è chiamato a lasciarsi plasmare dallo Spirito e quanta fatica ci costa.  Gesù nel Vangelo dice che solo chi lo ascolta e si fida del Padre viene a Lui, solo chi si lascia ammaestrare e questo richiede docilità, pazienza, silenzio e grande apertura  spirituale ed intellettuale da entrambe le parti. Filippo, infatti, incontra un uomo, un etiope, ben altro da quanto lui potrebbe immaginarsi. È veramente una provocazione. È un uomo con una cultura completamente diversa sia dagli ebrei che dai greci.  Egli rappresenta un’altra storia, un’altra faccia dell’umanità. Qui lo Spirito ci ricorda che c’è spazio per tutti e va ben oltre i nostri recinti. L’etiope è uno che non ci appartiene e non solo. Egli è un eunuco. Un escluso dalla comunità religiosa per la sua condizione, uno dal quale vale la pena tenersi un po’ a distanza. E ne facciamo esperienze del genere, di esclusione, di pregiudizi nelle nostre comunità. Ma Filippo si interessa, senza fini ulteriori. Gli sta a cuore veramente quello che lui vive e questo lo porta a camminare con lui, ha fare un cammino insieme a condividere la sua storia, ha diventare un tutt’uno. Questo costa perché bisogna mettersi da parte non per paura o per calcolo, ma perché l’unica condizione per mostrare Gesù Cristo è essere e farsi fratello. Così Filippo non si tira indietro da fargli domande. Domande che possono sembrare anche scomode. L’etiope dice che sta leggendo il profeta Isaia e Filippo gli dice:

“Capisci quello che stai leggendo?”

È una domanda imbarazzante. Oggi può sembrare quasi un’offesa, ma lo Spirito non vuole la diplomazia. Non dobbiamo avvicinarci per calcolo, ma per creare relazioni autentiche. È la libertà dello Spirito.  Su questo aspetto la Chiesa deve fare ancora molta strada. L’etiope risponde e dice:

“E come potrei capire se nessuno mi guida?”

Filippo dalla lettura del canto del servo sofferente aiuta l’etiope e lo fa arrivare a Cristo. Noi pian piano stiamo perdendo questa modalità: leggere dalle scritture per arrivare a Cristo. Quanta fatica c’è nelle nostre comunità. E come potremmo noi evangelizzare se non andiamo alle radici, se riduciamo tutto solamente a cosa devo fare, usando modi sbagliati che non portano da nessuna parte? E come evangelizzeremo le persone in questo tempo così desideroso di acqua limpida se non suscitiamo nella gente quella inquietudine, che può derivare anche da domande scomode, dall’osare, mettendo anche in conto che la risposta può essere positiva o negativa? Potremmo aspettarci un’apertura all’essere guidato o una chiusura derivante dalla propria ipocrisia. Per fare questo ci vuole una certa libertà e Filippo la possiede. Una volta, infatti, che ha battezzato l’eunuco Filippo se ne va perché è destinato ad evangelizzare altrove.

La nostra vocazione di presbiteri diocesani è caratterizzata dall’universalità.

Apriamo il cuore e sentiamoci veramente inviati, mandati a tutti e cosi sentiremo non solo la passione entusiasta ma anche il bisogno concreto di intraprendere vie nuove, di arrivare insieme in tutte le città, in tutti i luoghi dove Gesù dona la sua carne e diventa pane di vita disceso dal cielo.

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